venerdì, settembre 14, 2007

Italia fanalino di coda!

Interessante prospetto riassuntivo di un confronto tra Gran Bretagna e Italia.

Lo studio, per la verità molto sintetico, affronta tutti i temi macroeconomici dei due Paesi e poi il confronto si allarga su clima, energia e sanità coinvolgendo le altre potenze mondiali.

Gran Bretagna in continuo miglioramento sotto ogni punto di vista, grazie anche a un tasso di natalità che non accenna a diminuire.

Si prospetta invece un consistente calo per l’Italia che non favorirà i tassi di occupazione e le % di crescita del PIL.

Proprio l’occupazione è la nota dolente italiana, ma non è un caso visto la situazione politica italiana oggi sui temi del lavoro.

Mi pareva interessante sottolineare solo il tema della sanità.

La % di spesa italiana nella sanità è la più bassa rispetto alle altre potenze mondiali, mentre gli U.S.A, pur non avendo un sistema sanitario nazionale come il nostro, destinano più di tutti gli altri.

La prima cosa che risalta è che noi spendiamo pochi soldi e male. Gli altri tanto e bene.

In più per fare le analisi del sangue il 15 % della popolazione si affida alle cliniche private perché stufa di liste di attesa lunghissime con conseguente tempo perso in ore di lavoro.

A risentirci

giovedì, settembre 13, 2007

Il problema in Iraq è politico

Dopo l’audizione del generale Petraeus alla Camera e poi al Senato, viene spontanea la domanda: ma che fare ora? Ritirarsi gradualmente, ma ritirarsi, o semplicemente riorganizzare le truppe?

Il generale ha chiarito che da qui a Luglio 2008 ci sarà una riduzione graduale delle truppe di terra di almeno 15000 uomini sul campo.

Indubbio è che l’Iraq presenta comunque una serie di ostacoli che nessuno si aspettava, e che analizzati uno per uno possono far capire come sia comunque difficile la gestione della guerra.

I nodi principali, come da più parti sottolineato, sono essenzialmente la questione curda, il terrorismo di matrice sannita, e la grana sciita con l’Iran in posizione per ora defilata.

L’impostazione della audizioni del generale è stata una serie di dati sull’andamento della guerra. Dati confortanti in certi casi, e disarmanti per quanto riguarda quelli omessi, se consideriamo il tasso di morti civili che tutt’ora resiste dopo quasi 6 anni di guerra.

Mi pare che i fatti per ora più positivi sono il ridimensionamento di Al-Qaeda e le truppe del Madhi, di Al-Asdr, che in questo momento hanno deposto le armi in attesa dei prossimi eventi.

Continua inoltre l’addestramento delle truppe irachene e non a caso gli inglesi a Bassora hanno recentemente dichiarato che è possibile mantenere l’ordine anche senza la presenta occidentale.

A mio parere però il problema più che militare è politico. I dati forniti da Petraeus sono interessanti ma forse terribilmente vuoti se considerata l’assenza di una vera politica a lungo termine che possa mettere d’accordo le varie etnie presenti nel Paese. Il problema è sostanziale.

Dopo quasi 6 anni si sta discutendo ora se inglobare gli ex-baathisti nel Governo. La grazia politica andava fatta anni fa, e invece si è preferito aspettare, umiliando sempre di più i sunniti e aprendoli al fuoco degli sciiti, in preda a una voglia di vendetta che fatica tutt’ora a sopire.

Si doveva evitare evitare che la capitale cadesse praticamente tutta nelle loro mani, e la sola forza militare non è evidentemente bastata a risolvere questo problema.

L’Iraq dimostra sempre di più che “la guerra non può essere il continuo della politica”, ma anzi le due cose devono andare di pari in passo.

Testimonianza di questa perdita di capacità politica è anche il giudizio non proprio lusinghiero dell’amministrazione Bush verso il Governo iracheno, ritenuto incapace di rimettere ordine.

Un arma a disposizione rimane l’economia. I proventi del petrolio andrebbero divisi equamente a costo di scontentare la minoranza curda, perché le responsabilità e le attività di gestione della “cosa pubblica” devono essere per forza essere distribuite fra tutte le componenti del Paese.

L’economia invece è stata accantonata, se non per essere utilizzata dai Paesi interessati, che vedono nell’ex Mesopotamia, una mera fonte di approvvigionamento energetico e nulla di più.

Per concludere quindi, se le notizie dal punto di vista militare sono rassicuranti in molti aspetti, bisognerebbe sapere come si sta delineando a lungo termine la strategia politica del Governo, per indire poi nuove elezioni dove ci sia una distribuzione equa di posti di potere e risorse.

In alternativa l’ipotesi è una: stato federale in senso assoluto e ognuno gestisce come pensa quello che ha.

Soluzione questa forse ancora troppo acerba per una paese che è una via della democrazia e non ancora arrivato

mercoledì, settembre 12, 2007

Grillo vira a Destra?

Grillo contro tutti. Protesta il comico più famoso d’Italia.

Volevo porre una riflessione.

In questi giorni mi pare che la protesta di Grillo assomigli tanto a quelle proteste anti-sistema a cui partecipava una certa maggioranza silenziosa.

Correvano gli anni 70 e i militanti di Destra invogliavano il popolo a scendere in piazza contro la partitocrazia e contro il compromesso storico DC-PCI.

In quegli anni la destra, relegata ancora nel ghetto, appariva antidemocratica, nel senso alto del termine, e si rifiutava ogni convivenza con i poteri oscuri che permeavano lo stato centrale. Grillo appare sempre più un capo tribuno, uno spirito libero, apolitico, come amava definirsi Evola.

Parafrasando Splenger nel “tramonto dell’occidente”, Grillo spera in un tramonto della classe dirigente.

La protesta nata dal popolo della V-Generation, assomiglia sempre di più a quei giovani ambiziosi, liberi dall’apparire, che animavano piazza S.Babila a Milano, o la periferia di Roma.

Un po’ bizzarri, un po’ sognatori, un po’ populisti.

Grillo sta cercando di incarnare a pieno un concetto di comunità, e di democrazia dal basso, tanto cara alla destra missina, comunitaria e sociale.


Problema turco per l'Europa

La Turchia vuole l’Europa secondo il ministro Bonino.

L’elezione alla presidenza della repubblica dopo tante vicissitudini è riuscita. Gul è il nuovo presidente e rompe così il tacito compromesso secolare della Turchia dove il Governo è sempre stato a guida islamica e la presidenza laica. I militari sono alla porta e aspettano gli eventi. Bisogna dire che forse per la prima volta dalla nascita della nuova Turchia ad oggi, i protettori della laicità dello Stato hanno perso.

Si potrebbe dire che il popolo ha vinto, anche se troppe sono le sfumature nella realtà turca.

Via quindi, ora con più calma, all’ipotesi di una Turchia nell’Europa. Ma dentro quale Europa? Sembra assodato che prima o poi l’ex impero ottomano sarà parte integrante, ma bisogna vedere in quale direzione.

Tre le questioni da risolvere:

  • Questione curda
  • Problema dell’identità turca punibile secondo la legge se offesa
  • Ostruzionismo di alcuni membri come Francia e Polonia

L’Europa politica come ora non esiste. Prodi auspica un’Europa a due velocità perché se no è impossibile andare avanti. Secondo me il problema è che la Turchia vorrebbe entrare in un’Europa politica quando in realtà la sola possibilità è che si confermi un’Europa esclusivamente economica.

A questo punto il problema è cosa può portare al resto del continente un’economia come quella Turca, con un margine di crescita elevato, ma con dei parametri macroeconomici che sforano i nostri, e una disoccupazione a doppia cifra.

Il ragionamento quindi, se vogliamo o no la Turchia in Europa deve esulare i contesti culturali e rimanere in lucide analisi politico-economiche.

Clima Pazzo

Terrorismo o realtà?

Se è terrorismo mediatico, mossa per intimidire la gente o un escamotage per far lievitare la spesa?

martedì, settembre 11, 2007

A corto di Gas

Peggio di due anni fa.

Questo è l’opinione dell’ENEL. Gas a gocce. Se due anni fa il problema era la crisi russo-ucraina, ora sembra che la situazione geopolitica non porti a nulla di buono.

Il prezzo del gas non andrà in calare e seguirà di pari passo quello del petrolio. La domanda è sempre più alta anche se a mio avviso questo non sarà un inverno particolarmente freddo. Ma se i rigassificatori non influiranno sul prezzo quale potrebbe essere una soluzione efficiente per non rimanere senza gas e non pagarlo oro? Il problema è russo perché Gazprom è monopolista sia nella distribuzione sia nell’offerta.

Una strategia efficiente potrebbe essere quella di diversificare l’offerta anche se i recenti accordi russo-algerini in questo senso potrebbero minare il risultato di abbassare i prezzi.

Se la crisi comunque sarà in tutta l’area europea appare comunque difficile che l’orso russo si butti in questo braccio di ferro, e viste le tensioni con gli ex stati satelliti dell’Unione Sovietica, potrebbe non giovare al suo tentativo di frenare un avvicinamento di tali stati verso il blocco occidentale

Palestina: una Rivoluzione possibile

La Jihad islamica colpisce ancora. Hamas applaude.

Siamo sempre alle solite. Un popolo martoriato da anni di guerra che deve subire i ricatti e le prove eroiche di qualche centinaio di esaltati in preda al fanatismo. Credo che il popolo palestinese sia stufo dei loro leaders, burocraticizzati ( Fatah), e fanatici religiosi ( Hamas), e che auspichi una dirigenza all’altezza per raggiungere in pieno l’obbiettivo: due popoli, due stati.

Abu Mazen sembra un leader allo stremo, e a nulla sembrano valere gli aiuti giunti dal quartetto e da Israele, con Olmert pronto per l’ennesima volta a tendere la mano verso l’OLP.

Soluzioni?

Propongo nuove elezioni su base proporzionale indistinta tra le regioni ( Gaza, Cisgiordania).

Concessione di grazia ai carcerati palestinesi come Barghouti, vero leader popolare amato dalla gente

Ultimo tentativo di dialogo con Hamas inglobandolo, nel processo di pace , a patto di un convincente tentativo di riconoscimento almeno dell’obbiettivo due popoli due stati

lunedì, settembre 10, 2007

Pakistan alla frutta!!

Quando si dice democrazia..

L’esempio Pakistano forse è il più grosso conflitto di interessi della storia attuale.

Un Paese aiutato e finanziato da chi da la caccia a dei terroristi, il quale al suo interno permette l’addestramento e il reclutamento dei terroristi in guerra contro lo Stato finanziatore.

Ultimi sondaggi dicono che la popolazione non sopporterebbe una repressione contro l’etnia Pashtun, considerata il cuore della finanza locale verso i residui Taliban della zona.

Un cane che si morde la coda quindi. Che fare?

Musharaff è sempre più in bilico in mezzo al guado tra gli estremisti islamici e la voglia di democrazia..

Attendiamo..

domenica, settembre 09, 2007

Grillo parlante!!

Grillo contro tutti!!!!

Tutto ok, ma non definiamolo comico. Predicatore, pastore..ma non comico!!

martedì, maggio 08, 2007

Clausola omofobica

Quando si parla di Inghilterra, dal punto di vista sociale almeno, si fa riferimento ad un tessuto civile preposto alla modernità nel senso stretto della parola.

Non si usa forse l’aggettivo “moderno” oggi per definire una società basata sulla promiscuità razziale e culturale? Sei si vuole esagerare poi, si può anche dire che si è di fronte ad una concezione statale “avanzata”, nella quale le menti dei cittadini sono aperte e completamente prive di ogni pregiudizio medievale (a parte qualche sacca di resistenza troppo spesso sottovalutata).

Bene. In questa idilliaca situazione nella quale per altro, tra poco tempo si potrà anche abortire il figlio se non sarà del sesso preferito dai due genitori, è avvenuto l’impensabile.

Pensa un po’ :

L'amministratore delegato della Bp, John Brown, uno dei piu' noti uomini d'affari britannici, si e' dimesso con effetto immediato, dopo che un Tribunale del Regno Unito ha permesso ad alcuni tabloid di rivelare informazioni sulla sua vita privata, e in particolare sulla sua relazione gay con il canadese Jeff Chevalier, durata 4 anni dal 2002 al 2006. L'Alta Corte di Londra ha tolto un'ingiunzione che proibiva al gruppo Association Press, che raggruppa il Daily Mail, il Mail on Sunday e l'Evening Star, di pubblicare i dettagli sulla relazione, rivelati dallo stesso Chevalier.

Ma come? Proprio nel paese dove anche il Principe (sua Maestà) Carlo gironzola felicemente tra i corridoi di Buckigham Palace alla ricerca di qualche cameriere di “facile approccio”, un amministratore delegato che da ben 41 anni si presta al servizio dell’azienda è obbligato a dimettersi per una relazione omosessuale?

Quali sono le pressioni che hanno indotto il poveraccio a compiere questa scelta?

Lasciamo perdere il fatto che comunque avrebbe dovuto dimettersi entro il 2008 per vari e comprovati motivi legati ad amicizie politiche.


Nella moderna Inghilterra essere gay è un presupposto oggettivo per non avere incarichi dirigenziali? Mettiamo la clausola nello statuto allora...

mercoledì, maggio 02, 2007

L'uomo che non ha alcuna musica dentro di sè,che non si sente commuovere dall'armonia di dolci suoni ,è nato per il tradimento,per gli inganni,per le rapine.I motivi del suo animo sono foschi come la notte:i suoi appetiti neri come l'erebo.Non vi fidate di un siffatto uomo.Ascoltate la musica.

William Shakespeare

Piccolo appunto.
Ma se Shakespeare fosse nato tra gli anni 50 e 60 e avesse scoperto la musica ( con la m minuscola) nata in quegli anni avrebbe detto le stesse cose? La nascita del rock negli U.S.A è stata rubata dalle deformità psichedeliche della terra di William( Uk)...
Detto questo, che direbbe Shakespeare del vomito universale dato al rock da personaggi come Frank Zappa? Quel miscelare numerosi generi che tanto ha condizionato la musica successiva.
Sarebbe ancora dell'idea che chi non si commuove per musica è un ladro?

This is Anfield

Il liverpool è in finale di Champions League. Ai rigori la squadra di Benitez è riuscita a imporsi sulla corazzata Chelsea di Mourinho.

E alla fine quindi il Liverpool è in finale. Per la decima volta nella sua storia, i ragazzi di Rafa sono riusciti ad arrivare dove solo il Milan e il Real Madrid sono arrivati.

Il Liverpool non è una squadra come le altre. E’ qualcosa di più che un team di football. Il Liverpool è passione. E’ sentimento. Qualcosa non adatto ai deboli di cuore. La strage dell'Heysel e la strage di Hillsborough dove morirono 97 persone a Sheffield per problemi logistici, passano tutte e due per la storia dei “Reds”.

Giocare nel Liverpool significa avere nel cuore i 18 scudetti vinti e le 5 coppe dei campioni. Significa portare in dote i colori della squadra più titolata del Regno Unito. L’atmosfera ogni sabato di Premier è magica. Quando entri ad Anfield in realtà non sei in un campo di calcio. E’ qualcosa di più. Un brivido ti passa per la schiena . Se ami il calcio non puoi non pensare di essere al cospetto di un qualcosa che solo il calcio sa dare. Anfield va di pari in passo con la storia dei Reds. Al suo interno sono passate due guerre mondiali, una guerra fredda e l’11 Settembre. Al suo interno sono passate le punizioni di Kevin Keegan e le prodezze di Kenny Dalglish , forse i giocatori che più hanno fatto la storia del Liverpool. Nello spogliatoio quando entri la scritta “this is Anfield” è segno di vittoria.

Il tecnico Bili Shankly, che costruì le basi per il dominio nazionale ed europeo del Liverpool degli anni settanta e ottanta, fece apporre sul muro di spalletta della scalinata che conduce i giocatori sul campo di gioco una targa, con la scritta This Is Anfield (Questo è Anfield), «per ricordare ai nostri ragazzi per quale maglia giocano, e ai nostri avversari contro chi giocano». Molti, tra i giocatori del Liverpool, salendo le scale del campo di gioco toccano la targa in segno di buon augurio.

L’atmosfera è magica ogni volta che il Liverpool entra in campo. Il capitano Gerrard, ad Agosto in amichevole, o in semifinale con Chelsea a Maggio, sa che ha dalla sua il dodicesimo uomo in campo. Non tanto il pubblico, obbligato per certi aspetti a rispettare la storia,e a consacrare una tradizione che va avanti da più di un secolo. Ma lo Stadio in se. Anfield. E poi la Kop. La curva. L’anima dello stadio. Secondo le note di colore della tifoseria locale, i tifosi della Kop possono «risucchiare la palla in rete» quando il Liverpool attacca verso la porta sotto tale curva, a sottolineare l'entusiasmo con il quale i fan sostengono senza sosta la loro squadra.

Dopo la strage di Hillsborough la curva è stata ridotta a 12500. Prima la capienza arrivata a 25000. Lo stadio di Parma in una curva. Questo è Anfield.

Qua nel Merseyside sanno che il sabato qualcosa succede. Una partita del Liverpool non è mai una partita come le altre. Se no non sarebbe il Liverpool. Dai derby con l’Everton, culla del calcio della città, nata addirittura prima dei Reds, agli scontri con lo United, veri rivali di storia e passione. Mai i tifosi del Manchester hanno accettato che i rivali a poche decine di km potessero soprannominarsi Rossi, essendo loro i Diavoli Rossi.

Il Liverpool ha incrociato l’Italia. Tre volte i Reds sono entrati nella storia del bel Paese.

Dopo la prima coppa dei campioni nel 1976, il Liverpool fino agli anni ottanta non smise di vincere: nel 1984 arrivò il quindicesimo titolo nazionale e, soprattutto, la quarta Coppa dei Campioni, vinta ancora una volta allo Stadio Olimpico, questa volta contro la squadra che in quello stadio era normalmente di casa, la Roma. Nell’81 contro il Real Madrid e nell’83 le altre due coppe con le orecchie.

Solo la Juventus è riuscita a battere in finale i Reds, ma in una situazione troppo surreale per definirla vittoria.

Il Milan nella finale di Istambul ha dovuto fare i conti con l’orgoglio d’oltre manica. La vittoria ai rigori pesa ancora ad Ancelotti. Li il Liverpool ci mise il cuore, e se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, è anche vero che senza la Kop trasportata in terra ottomana, forse il miracolo non sarebbe avvenuto.

Ieri il Liverpool non ha giocato bene. La squadra di Benitez, su una scala assoluta di valori forse è la quarta squadra d’Inghilterra. A parte l’estro del capitano Gerrard il gioco latita. Si può permettere però la migliore difesa del Regno Unito con i due terzini che rappresentano rispettivamente il futuro di Anfield ( Finnan) e il passato e il presente ( Riise). Ma forse è questo il bello del Liverpool : avere quattro giocatori Inglesi in campo, ma perseguire quel gioco tipico del calcio britannico. Palla lunga e ricerca del traversone dalla fascie.

Dopo la francesizzazione dell’Arsenal, l’avvento dell’orco russo in casa Chelsea, e la fantasia arrivata all’Old Trafford, solo il Liverpool riesce a incarnare lo stile British.

Gente semplice quella dei Reds. Liverpool è una metropoli. Gente che lavora. Gente non abituata all’ingrasso. Non soggetti un po’ spacconi come quelli che entrano a Stanford Bridge a vedere le goleade di Mourinho.

Gente abituata a soffrire. Una città tutta ricostruita dopo la seconda guerra mondiale.

Dopo il lavoro di una settimana di fatiche, ecco quindi il sabato. C’è da sostenere i ragazzi di Anfield. L’inno parte. You’ll never walk alone è l’inno ufficiale che accompagna il team all’inizio e alla fine della partita. Che si vinca o che si perda il Liverpool non andrà mai avanti sola. Ci sarà sempre una sciarpa al cielo per festeggiare i 110 anni di storia di chi ha portato il calcio nei cuori della gente, di chi è uscito distrutto dalle tragedie, ma che è ripartito.

Quando entri ricorda che This is Anfield.

This is Liverpool.


martedì, aprile 24, 2007

Asse AN-FI in fretta!!

Il centro destra deve ripartire dal centro sinistra. Pur criticabile nei meriti, nei contenuti e nelle persone, è innegabile che i democratici qualche passo lo hanno fatto. Sono andati avanti lo stesso. E’ di oggi la notizia che Angius esce dai DS. Un altro pezzo di storia se ne va, dopo Mussi.

Il 17% globale del partito va quindi verso un’altra sinistra. Prende un’altra strada.

Rutelli ha detto che Berlusconi teme il partito democratico. Il problema non è se Berlusconi teme o meno il Pd, ma piuttosto che cosa può portare alla politica italiana in generale la nuova forza nata dai congressi di questo fine settimana. Una forza come quella attuale vale all’incirca il peso che ha FI. Un 30 % scarso dei consensi quindi.

Possiamo parlare di partito unico? Evidentemente no. Si può parlare di nuovo partito. Ma non di soggetto unitario. Per il semplice fatto che vi è un’altra 20% circa che naviga tra l’estrema sinistra e il centro mastelliano e folliniano.

Dove è la novità allora? Probabilmente che c’è un’unione della cultura social-democratica con la cultura cattolico democratica. Fin qua tutto condivisibile. Anzi auspicabile per chi crede nel sistema dell’alternanza. Il problemi saranno i contenuti e i valori a cui si ispirerà tale partito. La leadership in tal senso appare un problema assai minore.

Come già detto quindi un soggetto capace di raccogliere il 30 % dei consensi non è altro che un partito come altri, come lo è stato il PCI per tutta la sua storia, o come era la DC. Un partito senz’altra di massa nelle intenzioni dei suoi dirigenti, ma che mal si concilia col sogno di Parisi e Bordon. Ovvero un’ulivo che raccolga sotto le sue bandiere più di due culture politiche.

Il centro destra deve però muoversi. Guardare dall’alto della collina la battaglia tra Achei e Troiani non serve a nulla. Achille prima o poi dovrà scendere in campo. Quando lo farà si spera non sia troppo tardi.

Un’asse FI-AN per ora è la più probabile. È capace di raccogliere il 42-43% dell’elettorato e si propone come il timone di un’asse laica liberale cattolica moderata. Tutto questo con un’appoggio leghista che porta in dote un 10 – 12 % al Nord. Questo è lo sbocco a cui si deve arrivare. Per questo secondo noi il referendum sulla legge elettorale si farà e le bozza Chiti e Calderoli cadranno nel vuoto. Perché questo è il volere del Cav e di Fini. Un maggioritario porterà Casini davanti a un bivio. Scegliere di andare a morire da solo o di accasarsi al Partito delle Libertà. D’altro canto i democratici saranno consapevoli che un sistema dell’alternanza potrebbe portare a quanto è capitato a Segolene Royal in Francia : gli indecisi tra l’estrema sinistra e la sinistra voteranno per loro, per paura di dare un voto che indirettamente benefici il centro destra.

Un’asse Rutelli-D’Alema-Berlusconi-Fini è nell’aria. E se si muovono i maggiorenti di tali partiti Bertinotti e Mastella sanno che poco possono fare.

La strada è quindi segnata. Il partito democratico avrà alla sua sinistra una grande forza di sinistra. Il partito delle Libertà sarà probabilmente l’unico soggetto degno di nota nel centro-destra italiano, compiendo finalmente il passo che tutti i moderati si aspettano da tempo.

Più che la paura di Berlusconi per il partito democratico quindi, si potrebbe azzardare una paura di Fassino e Rutelli a vedere come i loro sforzi negli anni potrebbero essere preceduti da uno scatto politico del Cavaliere che brucierebbe più tappe in un colpo solo.

A quel punto un centro destra finalmente unito sarebbe una garanzia di sicurezza al Governo ben di più di un partito democratico in balia di un 15% di elettori di estrema sinistra che si muoveranno per contrastare tutto quello sa di riformista.


Sarkozy vera passionaria di Francia

Sarkozy probabilmente al secondo turno vincerà. Non fosse altro perché l’elettorato centrista non è altro che una trasfusione di voti provenienti da destra. Solo una piccola parte di essi infatti sono socialisti scontenti. In queste elezioni francesi, amerinikanizzate al massimo, il punto vero è l’impostazione personale data dai due candidati forti alla campagna elettorale.

Sarkozy ha fatto breccia sulla gente. Ha giocato di sponda con l’elettorato di destra mentre ha rincuorato tutti i moderati impauriti dallo spettro di Le Pen.

Ha accontentato la gente semplice dell’Alsazia ed è andato a St.Germain quartiere dove sta il cuore dei radical-chic d’Oltralpe. Ha vinto al primo turno perché ha messo quella passione che mancava nell’agenda poltica francese. Una terza via tra gollismo e populismo estremo ha portato nei cuori dei francesi voglia di ricambio generazionale e fiducia sulla grandezza della Francia. Nella sua campagna temi di destra e sinistra si sono scambiati i ruoli, in nome di un concetto più alto. Quello di Nazione. Tipiche prove di orgoglio nazionale che solo la Francia sa dare. La vera donna, la vera passionaria di Francia è quindi Sarkozy. Innovatore della politica, che prima parte dai valori e poi riflette sui problemi. Quel grado di intendere la “cosa pubblica” in nome del trio cultura-politica-economia tanto caro alla Destra italiana, che qui da noi, in nome del vecchio Marx, è stato completamente ribaltato.

Questa terza via forse ha regalato un personaggio nuovo ai francesi. Un nuovo De Gaulle, formato 2000, con i suoi pregi e i suoi difetti, un po’ rude, magari non simpaticissimo, ma terribilmente concreto quando serve, e filosofo in altri momenti.

Lui la “vera passionaria” si è scontrato contro chi ha cercato di unire. E chi cerca di unire immancabilmente tende a sminuire. Segolene ha fatto questo. E’ riuscita a compattare il blocco socialista lasciando agli estremi poche centinaia di migliaia di voti ma non è riuscita dove invece è arrivato Sarkò: far breccia nella gente.

Tutto impostato sul “tutti tranne lui” ha burocratizzato la campagna elettorale. Ha creato un’ernome massa di scontenti verso tutto. Verso l’Europa. Verso la Francia. Verso gli Stati Uniti. Verso gli immigrati. Una proposta di retroguardia. Un gelido pessimismo incapace di dare delle risposte a una società complessa come quella francese. A livello internazionale hanno pesato le numerose gaffe sull’Iran, sulla guerra in Libano e sugli Stati Uniti. Questo ha portato Segolene ad essere più cauta. A galleggiare a pelo d’acqua. Non è così che si conquista il consenso però.

Ora spera di unire ancora. Di portare dalla sua parte il centro. Forse servirà. Forse no.

Aggregare però non sempre riesce a essere la mossa politica più convincente.

C’è lo insegna Sarkozy. La prima donna di Francia.

domenica, aprile 22, 2007

Draghi Vs Governo

Draghi parlando da Berlino ha detto che in Italia devono calare le tasse.

Mentre i DS e i DL si uniscono facendo un partito unico, e Prodi deve mediare per la spartizione del “tesoretto” tra Ferrero e Padoa-Schioppa, continuano i moniti del Governatore verso l’esecutivo e la classe dirigente del Paese.

La politica italiana sembra essersi fermata ai congressi di partito, anche se la vita economica del Paese va avanti. L’economia in Eurolandia sta marciando a ritmo sostenuto. L’euro è a livelli record da 3 anni a questa parte, e come volevasi dimostrare, quando l’Europa tira, il timone lo ha la Germania. L’export è forte, sale la fiducia negli investimenti, e se da noi la politica soffia sul collo a chi mette capitali, evidentemente non è così in quella che potrebbe ritornare la terza economia globale.

Draghi questo lo sa. Non a caso per l’Italia ha prospettato appunto due ricette. Abbasso delle tasse e riduzione di spesa pubblica corrente. Il ministro dell’economia ha detto però che non si parlerà di riduzione delle imposte prima del 2008.

L’intenzione dell’esecutivo in questi due anni è agire sulle pensioni e sui rinnovi contrattuali. Tutto questo in direzione opposta a quanto ci sia di più utile per crescere. In Germania negli ultimi tre anni si è pensato al taglio del costo del lavoro e all’Iva. Da noi la priorità è rinnovare i contratti di pubblico impiego, ascoltando le resistenze dei sindacati sul veto alla contrattazione aziendale. Passo che comporterebbe un’aumento salariale non dovuto a leggi , ma alla produttività.

La sinistra massimalista pensa a come aggirare la riforma Maroni e lo scalino che essa comporta dal 2008. Su questo infatti il centro sinistra della maggioranza è più cauto, e il ministro Damiano ha esplicitamente detto che un’abolizione tout-court pare impossibile per mancanza di fondi.

Gira e rigira, mentre i mercati danno fiducia, gli U.S.A rallentano ma non si fermano, e i mercati asiatici sembrano tenere la domanda degli ultimi anni, da noi si pensa come al solito a galleggiare. Riforme radicali sarebbero opportune. E invece l’unica preoccupazione sono la politica ( con la p minuscola) e rinnovare, riesumare, e riprendere.

Il ri- sembra di rigore nell’esecutivo, dovuto forse al fatto che le cose già masticate sono più facili da portare termine e hanno un consenso più elevato.

Draghi parla quindi. Il Governo fa orecchio da mercante però.

venerdì, aprile 20, 2007

Berlusconi meglio di Bertinotti e degli U.S.A

Il cavaliere è stato accolto come il salvatore della patria. Dopo una demonizzazione continua durata 5 anni ora l’elite progressista del Paese si ricrede. Si scopre tutto ad un tratto Mediaset boys. Si scopre che è qualcosa di più di un’azienda del capo dell’opposizione italiana. In tutto ciò si registrano gli applausi ricevuti ai congressi di DS e DL dove il cav. ha partecipato come special guest, e come al solito ha ripagato i delegati con la sua straordinaria performance. “ Mi iscriverei anche io al PD”, ha detto ieri il Cav. dai DS.

Forse era vero quello che diceva sulla “ sinistra che lo demonizza”? Forse è vero che venendosi incontro alla fine i nodi si possono risolvere? Non lo sappiamo.

Sappiamo però che apparirebbe ridicolo che si tornasse al clima di odio pre-elezioni. La normalità della politica passa anche dal non gettare fango su chi la pensa in modo diverso.

Quindi, mentre la Telecom-story va avanti, i democratici sembrano aver scelto. Tra la sinistra antagonista e gli U.S.A loro scelgono Berlusconi.

L’analisi sarebbe lunga. Appare interessante però come Prodi-Fassino sulla legge elettorale siano in sintonia con FI e AN rispetto a tutti i partiti alla sua sinistra, e con Mastella che minaccia il “tutti a casa”.

Sul gossip finanziario invece il nulla osta del blocco DS-DL a Mediaset sembra un buon viatico per una legge sul conflitto d’interessi relativamente condivisa, e una legge Gentiloni non del tutto forcaiola.

Asse Berlusconi-Prodi quindi. Ci aggiungiamo mediatore D’Alema col benestare di Rutelli e Fassino.

Palla al centro quindi. Attendiamo sviluppi

venerdì, aprile 13, 2007

Il Diavolo in corpo

E cosi il milan è in semifinale. Chi se lo aspettava dopo un’estate così travagliata, che il vecchio Diavolo potesse arrivare quasi in fondo alla competizione più importante per club? Eppure il team di Ancelotti ha dimostrato ancora una volta che le partite vere, quelle che contano, quelle a cui pensi da due giorni prima, non le sbaglia mai.

Il caso ha voluto che si sia evitato il derby tutto italiano con la Roma. L’astuzia di Inzaghi ha fatto si che sulla strada dei rossoneri ci sia la squadra che gioca meglio in Europa. L’orgoglio di Seedorf ha fatto si che in queste semifinali di coppa ci sia almeno un po’ di quel calcio latino, fatto di geometrie e tattica, contro lo strapotere anglosassone fatto di cross e soldi.

Il Milan come gli ultimi quattro anni arriva in fondo quindi. In fondo dove è drammaticamente sfavorita per organico rispetto al Chelsea e allo United, ma paurosamente avanti in fatto di esperienza.

Il modello Anglosassone, figlio di paperoni russi e americani deve fare i conti quest’anno con Maldini e company. Forse basteranno i primi dieci minuti allo United per battere il Milan, come è successo alla Roma, o forse no. Ma sicuramente sarà una lotta fino all’ultimo minuto perché quando c’è di mezzo la Champions il Milan si trasforma.

E’ come una metamorfosi lenta un anno. Tutto ad un tratto esce da quella mediocrità che sfoggia nel campionato, e mette tutto quell’orgoglio che solo il Milan sa dare in partita. Una forza dirompente attraversa il cervello degli 11 che entrano in campo, una forza che esce quando sentono l’inno della champions, e mezza Italia si collega al mercoledì su sky sport 1. Una forza che torna normale quando alle 15 di domenica il Milan torna a calcare i campi nostrani. Una specie di Dottor Jeckill e Mister Hide che tanta magia lascia sui 65000 di S.Siro che ogni anno diventano leoni per una notte grazie alla prodezze di Kakà.

La forza del Milan sta nel gruppo. È un gruppo che aveva solo la Juve, prima che arrivasse Calciopoli. Un gruppo unito, che si chiude a testuggine quando le cose vanno male, e non si esalta alla prima vittoria. Insomma un gruppo umile. Un gruppo che incarna a dovere l’anima del suo allenatore. Una persona semplice, dal quel di Reggiolo, terra emiliana di gente che lavora, gente con i piedi per terra, concreta. E cosi il Milan. Un po’ la sua creatura. Tutti ricordiamo quando è venuto al Milan dopo due anni di secondi posti con la Juve. Dopo gli insulti e l’etichetta di perdente stampata sul volto. Invece è risorto Carletto. Una Champions e uno scudetto vinto. Un’altra champions persa ai rigori e un campionato l’anno scorso, finito a 89 punti dietro una squadra ridotta ormai a una favola del passato.

Il Milan ha la calma dei forti. L’astuzia di gente abituata a soffrire. La fortuna di chi sa che ogni tanto è inferiore sul campo ma superiore nella testa. Insomma, roba da professionisti.

Il calcio non è terra per aridi frombolieri, o meccanici schemi dai e vai. Il calcio è passione, stile, e questo old style rossonero ci piace. Questa umiltà a piccoli passi ci appassiona. Queste formiche operaie, che a piccoli passi ci avvicinano ad Atene, sanno che la strada è lunga. Davanti hanno Golia, che purtroppo è meno impastato e lento di quello biblico. I vari Rooney, i Ronaldo, i Giggs sono ostacoli alti, e forse sarà un revival dell’anno passato dove il Diavolo si è dovuto inchinare a chi era oggettivamente più forte. Ma sappiamo che il Milan se la gioca, perché se no non sarebbe il Milan.

il 24 Aprile saremo davanti alla tv. Curiosi di vedere come si comporterà la squadra più italiana d’italia ma che pensa non da italiana.

Questo è il paradosso di questo Milan. In campo contro il Bayern c’erano 7 italiani su 11 giocatori. Un’ernormità, se pensiamo all’Inter campione d’Italia, dove anche un campione del mondo come Grosso è lasciato in panchina. Questa sfida Inghilterra – Resto del Mondo è affascinante anche per questo, e pur non arrivando a dire che si rivedono le notti di Berlino, diciamo che l’orgoglio nazionale viene fuori.

S iamo fieri di vedere una squadra con ben 6 campioni del mondo che giocano. All’opposto la testa così poco dedicata al campionato, riesce a farci pensare che il Milan soffra in Italia. Che si senta stretta nella mura di casa.

Una squadra che forse si sente Internazionale, e che vuole fare concorrenza a una che lo è di nome, ma che fuori dalle Alpi appare così debole da pensare che sia uno scherzo.


martedì, aprile 03, 2007

Esordio col botto


"E' difficile dire dei no, porre dei paletti in ordine al bene quando viene a cadere un criterio oggettivo per giudicare il bene e il male, il vero e il falso. Se l'unico criterio diventa quello dell'opinione generale perché dire no, a forme di convivenza stabile alternative alla famiglia, ma domani alla legalizzazione dell'incesto o della pedofilia tra persone consenzienti?"

'Nel momento in cui si perde la concezione corretta autotrascendente della persona umana , non vi e' piu' un criterio di giudizio per valutare il bene e il male e quando viene a cadere un criterio oggettivo per giudicare il bene e il male, il vero e il falso, ma l'unico criterio o il criterio dominante e' il criterio dell'opinione generale, o dell'opinione pubblica, o delle maggioranze vestite di democrazia - ma che possono diventare ampiamente e gravemente antidemocratiche, o meglio violente - allora e' difficile dire dei no, e' difficile porre dei paletti in ordine al bene''.

''Perche' dire di no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perche' dire di no? Perche' dire di no all'incesto come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perche' dire di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due liberta' che si incontrano? E via discorrendo, perche' poi bisogna avere in mente queste aberrazioni secondo il senso comune e che sono gia' presenti almeno come germogli iniziali''.

'Oggi ci scandalizziamo ma, a pensarci bene, se viene a cadere il criterio antropologico dell'etica che riguarda la natura umana, che e' anzitutto un dato di natura e non di cultura, e' difficile dire 'no'. Perche' dire no a questo a quello o a quell'altro. Se il criterio sommo del bene e del male e' la liberta' di ciascuno, come autodeterminazione, come scelta, allora se uno, due o piu' sono consenzienti, fanno quello che vogliono perche' non esiste piu' un criterio oggettivo sul piano morale e questo criterio riguarda non piu' l'uomo nella sua liberta' di scelta ma nel suo dato di natura''.

E pensare che c'era chi lo considerava un moderato...

Ruini docet

domenica, aprile 01, 2007

Asse saudita-israeliana contro Teheran

Il premier israeliano Olmert apre a tutti i Paesi Arabi per una soluzione sulla crisi israelo-palestinese. Non è la prima volta che notiamo un’apertura così diretta ai negoziati anche se fa sempre scalpore constatare come un piccolo Stato sia sempre al centro del dibattito geo-politico mondiale.

Israele ci prova. La bozza predisposta a Riad, nell’ultimo summit dove era presente la delegazione palestinese è uno stralcio di quello che è uscito dall’ultima riunione della lega araba dove sostanzialmente il tutto si è risolto con un nulla di fatto.

La proposta, interessante perché propone un riconoscimento dello Stato ebraico da parte di tutte le nazioni arabe in cambio di uno Stato palestinese sui confini del ’67, non ha, nella forma attuale, nessuna possibilità di decollare.
La Lega Araba non ha infatti introdotto il minimo accenno ad aperture o negoziati per modificare le parti del piano basate sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi in Israele e sull’immutabilità dei confini del ’67. Questa versione è appunto quella originale del summit del 2002 dove ancora i sauditi si sono proposti mediatori e hanno avanzato una serie di punti da far approvare alle parti in causa.

Un revival dei confini al ’67 è inaccettabile da parte di Tel Aviv, e questo lo sanno anche i paesi arabi.

Israele sa anche che il rinvio senza decisioni sulla questione con la Siria per le alture del Golan, rappresenta lo scontro diplomatico tra i sauditi e il regime di Damasco, alauita, e deciso quest’ultimo ad accogliere le proposte di Teheran piuttosto che quelle di Re Abdullah.

Tra mille problemi e incomprensioni si riconosce comunque uno sforzo di Riad di tornare al centro della scena politica dopo una stagione di insulti e scontri sull’asse Israele-Libano-Iran. Il ruolo che in queste ore sta cementando nell’opinione pubblica Teheran preoccupa l’Arabia Saudita, che vede in questo braccio di ferro con l’UK, e in genere contro la comunità internazionale, un tentativo di accreditarsi come il possibile timone per una rivolta araba contro l’invasore occidentale e gli infedeli. Da qui nasce lo sforzo per una pace in Palestina, dove si è cercato di ricucire il rapporto con Hamas, ormai entrato nell’orbita di Teheran, e dall’altro lato di tentare di porre un freno, per ora abbastanza efficace, a un’escalation di guerra civile che continuava da mesi tra le fazioni di Al Fatah e Hamas. Il governo di unità nazionale in terra santa è frutto dell’intenso lavoro diplomatico di Riad, e parzialmente Israele ha visto di buon auspicio l’introduzione nell’esecutivo di uomini di Al Fatah, pur non riconoscendo la guida del primo ministro di Hamas. Il ruolo di primo piano saudita è ben condiviso dai paesi arabi che più di altri si battono per una pace nella regione e in particolare la Giordania, il Marocco e l’Egitto.

Nelle intenzioni di Riad c’è il fatto che risolta la questione palestinese si potrà pensare con più calma al Libano, all’Iraq, e perché no, trovare una soluzione sull’Iran. Da segnalare infatti sulla questione del nucleare, l’apertura della Lega Araba all’uso civile, cosa che di fatto ha aperto la partita all’energia nella regione, nel caso di completamento delle centrali da parte dell’Iran.

Il ruolo saudita quindi è un ruolo che vuole per forza di cose essere di primo piano, e anche per questo che pur aprendo, Olmert andrà in punta di piedi, perché a Tel Aviv conosco la capacità di ribaltamento delle questioni tra i paesi arabi, dovuta a tensioni interne, che troppe volte hanno fermato i negoziati.

Rimane il fatto però che l’appello indistinto a tutti i paesi arabi è indice di apertura tentando di andare oltre questi conflitti interni agli arabi, pur sapendo che le accoglienze saranno respinte a Teheran e a Damasco. Qualora però ci saranno eventuali sbocchi che vadano oltre la dialettica di merito si tratterà di vedere chi ci sta e chi non ci sta. In quel caso l’obbiettivo congiunto saudita-israeliano non può che essere quello di isolare completamente Teheran mettendo all’angolo una mina vagante che minaccia giorno dopo giorno gli equilibri in mediooriente.


sabato, marzo 31, 2007

Europa tra Iran e U.S.A

No dagli U.S.A ad uno scambio.

Questo è il messaggio che l’amministrazione Bush ha rivolto all’Europa e al mondo in generale.

La crisi sembra in atto. Il tempo corre. E a Teheran sanno che stanno giocando col fuoco, anche se paradossalmente la strategia è abbastanza chiara.

I militari inglesi sono un pretesto per il regime per due ordini di motivi.

Il primo è che così facendo, l’Iran mostra i muscoli al mondo. In deficit di visibilità globale, dopo mesi e mesi passati a spendere accuse verso la comunità internazionale contro i suoi progetti nucleari, cerca ora di farsi vedere. Gli ostaggi inglesi sono venuti a pallino. Per i prossimi giorni, seppur continueranno le minacce, tra l’altro concrete, di un dispiegamento di forze nel mar dell’Oman da parte della flotta anglo-americana ( più americana che anglo), dovremo continuare a vedere finte messinscene e fantomatici discorsi circa eventuali processi, che saranno più che altro mediatici. Questa è anche la forza della televisione: inorgoglire di gioia Teheran.

Il secondo motivi per cui gli Inglesi sono capitati al momento giusto è che saranno usati per chiedere appunto scambi di prigionieri, soprattutto riguardanti elementi catturati in Iraq, ma abbiamo visto comunque che le intenzioni statunitensi sono abbastanza chiare al riguardo.

Teheran chiederà il braccio e probabilmente non riceverà nulla. Ma perché non provarci? In fondo non gli costa nulla.

E proprio qui entra in gioco l’Europa. Venere rispetto a Marte non dispiega flotte o da aut-aut.

L’Unione Europea piuttosto si appella. Parla. Chiede che i militari vengano liberati.

Minaccia ritorsioni. Ma alla fine non farà nulla. Troppa è la presenza nelle relazione economiche di Germania, Italia o Francia verso l’Iran. Troppi sono gli inter-scambi tra l’Europa e l’ex Persia per prendere sul serio le minacce di queste ore. E per questo che diciamo che a Teheran non gli costa nulla il gioco che sta giocando. Ed è per questo che probabilmente tra un po’ di giorni, le diplomazie si muoveranno, gli ostaggi saranno rilasciati, e come al solito l’Europa, mentre altri si preoccupano di difendere la dignità umana, da fanatici ed estremisti, sta ferma al guado, e come un leone senza unghie, cerca invano di opporsi a una storia che drammaticamente si ripete ogni qualvolta c’è un problema di IR.

Attendiamo sviluppi